Crack MPS: le motivazioni della sentenza contro Mussari e Vigni

Pubblicato: 18/05/2020 in MPS

Articolo interessante apparso sul blog http://www.ideeincomunesiena.it, (oltre ad un’intervista all’avv. Massimo Rossi sulle vicende MPS), che riportiamo per estratto, rimandando al testo integrale sul sito di origine a questo link: https://www.ideeincomunesiena.it/2020/05/17/motivazioni-della-sentenza-mps-di-milano-prime-impressioni-a-caldo/.

“Siamo riusciti a sbirciare le fresche motivazioni della sentenza  del Tribunale penale di Milano, che ha condannato Mussari, Vigni, Nomura, Deustche Bank  e un gruppetto di capi e “apicali” (come si legge) interni ed esterni a BMPS e, nonostante ci difetti ogni competenza contabile e/o finanziaria,  abbiamo notato — da cittadini comuni — un po’ di cosette che vorremmo condividere in termini comprensibili a tutti (per primi a noi medesimi).

Ai vari imputati sono stati contestati molti capi di imputazione, cioè reati, legati tutti — recita la sentenza — da una comune finalità: quella di definire e attuare un vasto “programma di finanziamento per trovare le risorse finanziarie  necessarie all’operazione di acquisizione di Antonveneta”. A tale finalità, insomma, si riconducono sciocchezzuole come: A)  l’aver riportato a bilancio utili di esercizio in luogo delle perdite; B) l’avere diffuso notizie false al mercato; C) l’avere ostacolato le funzioni di vigilanza D) l’avere omesso le prescritte comunicazioni ai medesimi organi  E) l’ avere ingannato i destinatari dei prospetti informativi, vale a dire i risparmiatori F) l’ avere diffuso false informazioni con occultamento dei dati.

In pratica hanno comprato una cosa piena di debiti (l’Antonveneta) e che non valeva il prezzo pattuito e l’hanno fatto senza avere le risorse necessarie per pagare; perciò hanno condotto operazioni spericolate (come se un padre di famiglia prendesse soldi a prestito col 30% di interessi per comprare una Ferrari rugginosa e col motore rotto) nascondendole a tutti per non farsene accorgere e continuando a passare da geni della finanza.

Abbiamo anche visto che, tra le costituzioni di parte civile, figurano la Consob, la Banca d’Italia, le associazioni dei consumatori, la Coop, centinaia e centinaia di singoli risparmiatori, la Fondazione MPS, ma non l’Associazione Buongoverno dei Piccoli Azionisti MPS (e non riusciamo a comprenderne il motivo).

[n.d.r.] Circa l’assenza dell’Ass. Buongoverno dalle parti civili è intervenuta per chiarire la Presidente Maria Alberta Cambi, fornendo ampia documentazione (che riportiamo in calce all’articolo) che dimostra come, pur dichiarandosi l’Associazione parte offesa, non è stata ammessa come parte civile in quanto costituita nel 2012 in un processo che trattava fatti avvenuti tra il 2008 e il 2012.

Abbiamo anche notato che i reati sono stati ascritti ai vari “apicali” (tra cui il direttore generale Vigni) e ad un solo e unico amministratore e, cioè all’avvocato Giuseppe Mussari; segno che le indagini hanno accertato  che il presidente del consiglio di amministrazione ha fatto tutto da solo senza coinvolgere in alcun modo il consiglio che ha assunto tutte le proposte, senza mai nulla obiettare come accertato anche dal dibattimento che ha rivelato come, per alcune operazioni, il Cda non è stato nemmeno informato (e poi ci si lamenta se la città non ha reagito!).

La prima parte della sentenza riguarda l’operazione Fresh. E qui troviamo anche una notazione  che muove noi profani a sorrisi amari; a pagina 277 così scrivono i giudici: “gli imputati si sono difesi per lo più affermando di avere avuto un ruolo marginale nelle operazioni o comunque non decisivo.…  chi era ai vertici di BMPS ha dichiarato che delle .…operazioni si erano occupati i componenti delle strutture tecniche … mentre … le strutture apicali avevano avuto soltanto una conoscenza sommaria… Dal canto loro.… gli imputati che facevano parte delle strutture tecniche hanno evidenziato l’assenza ..… di poteri decisionali e il coinvolgimento dei vertici in quelle che erano state le scelte decisive.…” Questa, a seguire le difese, è la conclusione dei giudici: …“chi conosceva le operazioni non aveva il potere di decidere se e come attuarle, mentre chi aveva tale potere non le conosceva bene.…”.

Non mancano imputati che, dopo avere ammesso di avere firmato carte e documenti delle varie operazioni oggetto di indagine .… hanno anche precisato di averle firmate magari alle 8 di sera e senza rendersi perfettamente conto della loro portata. Insomma la sentenza ci racconta che al Monte i banchieri prendevano laute retribuzioni e firmavano senza leggere i documenti che venivano loro sottoposti.

Antonio Vigni, castelnovino, direttore generale dal 2006, oggi titolare di una pensione INPS di alcune decine di migliaia di euro mensili, si è difeso sostenendo di essersi occupato delle operazioni contestate in modo marginale e superficiale e di essere stato mero sottoscrittore inconsapevole di documenti studiati e predisposti dalle strutture tecniche e da un avvocato esterno (sic). Qualcuno ha commentato che, per fare questo, poteva bastare anche un usciere qualsiasi.

Un’altra (drammatica) risata la sentenza ce l’offre involontariamente a pagina 298 allorchè riferisce che Giuseppe Mussari, almeno nel primo interrogatorio davanti al PM, ha negato non solo qualsiasi contributo all’operazione Fresh, ma anche di avere preso parte alle trattative per l’acquisizione di Antonveneta. Al contrario la sentenza dichiara come dagli atti processuali risulti assodato che Mussari fissò personalmente il prezzo di Antonveneta con Emilio Botin (Santander) portando poi personalmente la proposta al Consiglio di amministrazione del 8 novembre 2007.

Sulle operazioni Santorini e Alexandria, la sentenza è costretta a fermarsi particolarmente sugli aspetti tecnici per arrivare a pagina 358  all’affermazione che le medesime operazioni, caratterizzate da particolare complessità, non sono “né ordinarie né standard sul mercato” ma sono state appositamente costruite e confezionate da JPMorgan (messasi a disposizione del Monte) per la successiva attuazione a cura di Nomura International e da Deutsche Bank, banche di investimento e intermediari internazionali; in questo quadro la questione di verità che il processo ha dovuto risolvere è stata quella di cosa fossero realmente queste operazioni finanziarie, quali finalità perseguissero, quali rischi nascondessero, e come le due operazioni avrebbero dovuto essere rappresentate in bilancio in modo completo e trasparente.

Eseguita dunque una complessa definizione della natura economica sostanziale delle due transazioni Alexandria e Santorini e stabilito che queste dovevano essere contabilizzate ogni anno secondo il loro carattere pesantemente negativo per il Monte, la sentenza passa a valutare i processi approvativi seguiti e i ruoli non solo delle persone fisiche imputate nel processo, ma anche di altre per le quali il Tribunale ha deciso di trasmettere gli atti alla Procura della Repubblica.

A pagina 639 la sentenza mette in chiaro che l’operazione Santorini — puntualmente e sempre dettagliata al D.G. Vigni  — non è mai passata dal consiglio di amministrazione ed è “sfuggita ai controlli del Risk management”.

Alla pagina 710, poi, il Tribunale riporta la posizione difensiva di Mussari (“ho fatto quello che mi hanno detto di fare non avendo le conoscenze tecniche..”) e di Vigni (“ho una storia e una preparazione professionale di tipo commerciale e mi sono affidato ai competenti”) e anche tutti gli altri protagonisti hanno detto nella sostanza di non averci capito gran che.

Invero la sentenza ricorda che Mussari era stato per sei anni presidente della Fondazione MPS e erano diversi anni che era presidente della Banca; ricorda inoltre che, nel 2011, imparato magari qualcosa,  ha collaborato ad un bel libro intitolato “Gli strumenti della crisi e i derivati finanziari, aspetti giuridici, tecnici e psicologici”; tanto è vero che — ma questo la sentenza non lo dice — passato da avvocato di provincia a banchiere, venne poi eletto presidente dell’ABI.

Con tale posizione difensiva gli imputati provano palesemente a nascondersi dietro la straordinaria complessità di queste operazioni finanziarie (cui la sentenza fornisce amplissimo spazio), complessità artificiosamente organizzata per i fini dell’assunzione di enormi rischi di credito e di liquidità che non avrebbero poi trovato evidenza nei numeri di bilancio. Vendite fittizie consapevoli, obiettivi contabili illeciti, violazione intenzionale delle regole contabili, iniezione artificiosa di rischio, malafede degli imputati: queste le conclusioni della sentenza di primo grado. 

A pagina 823 si spiega la finalità perseguita dagli imputati: quella di ottenere per sé un illecito profitto che non si misura solo in termini  direttamente monetari ma come vantaggi e utilità derivanti dal presentare bilanci “migliori” coerenti con gli obiettivi prefissati e con i vantaggi personali in termini di carriera o di commissioni  e bonus percepiti con la conclusione delle operazioni finanziarie.  Detto en passant, per noi profani risulta anche difficile comprendere come la “nostra” grande banca non fosse in grado di badare a se stessa e non avesse le competenze interne senza ricorrere ai “servigi” di JPM, di Nomura, di Deutsche Bank e di tutti i consulenti che lucravano commissioni e bonus (la sentenza riferisce anche di mail di JPM a Mussari in cui si dichiarava — usando in italiano il “tu” — che sarebbero sempre stati disponibili ad aiutare il Monte; “sai che puoi sempre contare su di noi”).

La sentenza — insomma — mette bene in rilievo che le operazioni finanziarie servivano a risolvere i problemi di bilancio e a far vedere che le cose andavano bene per non avere ripercussioni sul mercato.

I 13 imputati sono stati condannati — piccola curiosità — a rimborsare le spese legali delle parti civili per un importo complessivo (dal conto abbiamo tolto i centesimi) di un milione e settantunomilaquattrocentotrentasette euro.”

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